LAZIO IERI E OGGI, Anno XXXVII - n. 10 - Ottobre 2001.

IL SARCOFAGO PROFANATO DI

CUSPIA EGIALE,

ROMANA

Sarà pure per un eccessivo sentimentalismo "post-foscoliano" (ma di questi tempi forse non del tutto inopportuno) tuttavia, di fronte ad un’iscrizione romana, non ho mai avvertito il senso del tempo trascorso: sebbene le epigrafi abbiano talora due millenni sembra che i personaggi in esse citati siano vissuti appena ieri e che anzi in qualche modo continuino a parlare con noi, sia pure nei limiti verbo-visuali della pietra incisa. Il che non può non ricordarmi (e mi si perdoni la citazione spropositata) Francesco Petrarca, che a sera "si cambiava d'abito" per "parlare" con i grandi del passato.

Eppure, sono trascorsi diversi anni prima che attirasse la mia attenzione un sarcofago posto nell'androne d'ingresso della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di piazza Venezia, sita nell’omonimo palazzo, sarcofago che era stato riutilizzato come fontana (e tuttora ci sono il tubo di adduzione ed il foro per la fuoruscita dell'acqua).

Sopra una lapide di marmo, murata sopra il tubo di adduzione dell’acqua, recita

ANTONIVS GRIMANUS EQUES ORATOR

VENETUS

MDCXXI

ed indica così il probabile autore dell’"abbellimento", il cavaliere Antonio Grimani, e la sua data, il 1671: si tratta dell’ambasciatore (peraltro la sua famiglia diede i natali a dogi e cardinali) di Venezia presso lo stato della Chiesa: palazzo Venezia infatti fu destinato per un paio di secoli a sede dell’ambasciata della repubblica lagunare.

Certo, almeno in questi casi i nostri colti antenati non hanno brillato per particolare buon gusto: utilizzare una cassa da morto (perché, di marmo o no, riccamente scolpito, sobriamente decorato o addirittura spoglio, un sarcofago rimane sempre una "cassa da morto") per arredarci, si fa per dire, un bell'androne, un cortile o un giardino! E poi ... ma sì ... diciamolo pure senza falsi pudori: gettare tra i rifiuti, magari quelli di un pranzo all'aperto, di un cinquecentesco picnic organizzato proprio alla ricerca di qualche sarcofago lungo una delle vie consolari, confusi con le ossa della cacciagione appena consumata, i resti del povero defunto! Ecco: questo poi non mi va proprio giù: un cinico desiderio di possesso, in barba ad ogni rispetto umano.

Bene, la semplicità del sarcofago, decorato dalle sole strigilature e da quattro lesene rudentate, mi portò a concentrare l’attenzione sulla parte centrale, sul cartiglio o, meglio, sulla tabula ansata contenente l’iscrizione funebre:

D M

CUSPIAE . AEGIA

LES . HOC . SARCO

PHAG . APERIRI

N . LIC

e cioè: Alle divinità tutelari di Cuspia Egiale. Non è lecito che questo sarcofago venga aperto.

Certo c’è voluto un bel coraggio a violare questa sepoltura! Né vale a giustificare la nefanda azione la constatazione che, forse, la nostra Cuspia era una ex-serva, una liberta, come oggi miriadi di studiosi sarebbero pronti ad affermare per via di quell’Egiale, nome tipicamente greco e, si sa, era di moda tra i servi darsi di questi nomi altisonanti: i cristiani non avrebbero dovuto fare queste distinzioni di ceto!

Insomma, la nostra Cuspia ha visto violare il proprio sonno da un grimaldello, mani avide frugare tra le sue ossa alla ricerca di monili ed oggetti di valore e, infine, spargere nel campo le proprie povere ossa; e questo nonostante i suoi congiunti si siano raccomandati - in realtà era un’ingiunzione - di non disturbarne il riposo sollevando il coperchio. Evidentemente una pagana e per di più, forse, ex serva non meritava di attendere "in pace" il Giorno del Giudizio, né ha costituito freno alcuno l’eventuale paura di punizioni da parte delle divinitù protettrici della defunta, alle quali a suo tempo si sarebbe potuta aggiungere una sonora multa. E queste considerazioni indipendentemente da chi ha realmente compiuto la profanazione: sia esso stato il rampollo dell’illustre famiglia veneta che si è così "donato" una fontana di un certo modesto pregio, siano essi stati dei malviventi che, chissà quanto tempo prima, avevano depredato la tomba.

Dunque, dicevo, un ovvio senso di umana pietà non può non spingere a commiserare Cuspia, disturbata nel suo sonno, depredata delle sue cose, dispersa chissà dove. Credo che chiunque, dotato di un minimo di sensibilità, si fosse trovato in questa situazione non avrebbe resistito all’impulso di avvicinarsi al sarcofago, toccarlo, inviare un saluto, magari timido (non facciamo che qualcuno se ne accorga: di questi tempi di managerialismo a tutti i costi e di mercato globale c’è il rischio di essere presi, nella migliore delle ipotesi, per scemi, se non per provocatori), sottovoce, anzi proprio a bocca chiusa, in modo che solo lei potesse sentire ... un piccolo segreto; e, subito dopo l’azzardato gesto, sentirsi quasi in disordine ... non esattamente ... in imbarazzo ... come dire ... come se ... ma sì, come se Cuspia avesse ricevuto il messaggio ed avesse in qualche modo risposto, allo stesso modo, silenziosamente, senza che alcuno potesse sentire!

Così, giorno dopo giorno, mese dopo mese, un veloce soffermarsi guardinghi - che qualcuno ci prenderà per matti? -, un furtivo osservare dentro il sarcofago vuoto, quasi a volerci intrevvedere lei, Cuspia Egiale (sarà greco ma com’è dolce questo Egiale), o quanto òeno a vaolerla immaginare, giovane (ché giovane, con quel nome, doveva pur essere), elegante come si addice ai suoi nomi, pallida nel pallore della morte. Ed ecco, alla fine, apparire sul piano di posa del sarcofago una vaga sagoma, più una macchia che una forma, la prima volta; poi, con una luce un po’ più adatta, ammesso che di "luce" si possa parlare all’interno di un sarcofago posto nell’atrio di Palazzo Venezia, ecco emergere la forma di quel corpo, o meglio che quel povero corpo ha lasciato, indelebile nonostante i fiumi d’acqua che vi si sono riversati, con i suoi fianchi, le gambe, le braccia, la testa (la meno evidente) adagiata sul sottile cuscino di marmo.

E' lì, Cuspia Egiale, nonostante i profanatori, a dispetto di tutto e di tutti, a continuare a parlarci di sé, della sua morte forse prematura, ed a lasciarci fantasticare su quale doveva essere stata la sua vita, quali i legami con l’anonimo personaggio (il padre, il marito?) che l’aveva seppellita ed aveva voluto amorevolmente che ella rimanesse là, senza essere disturbata da nessuno: non è lecito che questo sarcofago venga aperto!

Noi, non potendo restituire alla tomba la perduta integrità, possiamo almeno obbedire all’invito che tante sepolture romane fanno ai passanti: te rogo praeteriens dicas "sit tibi terra levis". Allora, dovunque le tue ossa si trovino, "ti sia lieve la terra, beneamata Cuspia Egiale".

Nicol˜ Giuseppe Brancato