ARCHEOLOGIA, X, n. s. n. 1, gennaio-febbraio 1971.

N. G. BRANCATO, Recenti rinvenimenti di insediamenti umani dal IV millennio a. C. all’epoca romana nel centro-Sicilia, pp. 32-41.

Sebbene da tempo vari studiosi si siano interessati a quello che nasconde il suolo del territorio di Caltanissetta, la sola supposizione che il centro-Sicilia nascondesse millenni di civiltà avrebbe lasciato scettico il nisseno di media cultura, almeno sino a qualche anno fa; e la locale leggenda che voleva Caltanissetta abitata da Ciclopi sembrava pura invenzione.

L’azione svolta da qualche tempo dall’Associazione Archeologica Nissena è stata perciò basilare ai fini della conoscenza degli insediamenti nella Sicilia centrale, restituendo alla locale leggenda un fondo di veridicità che tutte le leggende sempre hanno; all’opera di questa Associazione si è talora affiancata quella della Sovrintendenza alle Antichità di Agrigento: al dottor M. Cardella, presidente dell’Associazione, si devono peraltro molte preziose notizie sui più recenti ritrovamenti.

Detta azione ha permesso di accertare presenze umane nei dintorni di Caltanissetta che vanno dal IV millennio a. C. all’epoca romana, presenze che a causa della loro diffusione pongono seri problemi circa la funzione culturale del centro dell’isola sin dai tempi più remoti.

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Le principali località individuate come sede di stanziamenti sono le seguenti:

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Monte S. Giuliano.

È l’altura su cui sorge l’odierna Caltanissetta (m. 727 sul livello del mare).

Vi è stata rinvenuta una serie di statuette votive in terracotta (alt. Media cm. 7-9), e ceramica del secondo millennio a. C. (facies castellucciana); la capacità di osservazione realistica degli uomini di questa età è constatabile nella precisione con cui sono stati ottenuti, nelle statuine, gli organi genitali, la rotula, il ponte del piede, mentre le braccia hanno assunto forma triangolare; come ha notato l’Orlandini, che in quel momento era a conoscenza solo di un piccolo torso e di due testine, esse sono l’unico esempio di plastica della facies castellucciana, e presentano analogie con le coeve civiltà del Mediterraneo (civiltà cicladica) (1).

Al di sopra dello strato preistorico vi sono resti di un abitato indigeno del VII secolo, con vasi gemetrici che tradiscono influssi da parte della città di Gela, e ceramica corinzia.

 

(1) – P. ORLANDINI, Idoletti della prima età del bronzo da Caltanissetta, "Kokalos"XII, 1966, pp. 36 ss., tav. XXVII, 1-3.

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Cimitero.

Ai piedi dell’attuale città (metri 550 sul livello del mare). Ha restituito ceramica della fine del terzo millennio a. C., tra cui notevole un timbro in cotto con impugnatura; quindi un’antefissa a testa femminile di influsso geloo (VII sec.9 che indica la presenza di un edificio sacro.

 

Gibil Gabib.

Cinque chilometri circa a Sud di Caltanissetta, questa collina (m. 615) testimonia una eccezionale continuità di insediamenti. I membri dell’Ass. Arch. Niss. Vi hanno rinvenuto selci lavorate e ceramica del quarto millenniio a. C: (facies di Stentinello), ceramica ed una fuseruola del terzo millennio (facies di Serraferlicchio), ceramica castellucciana (secondo millennio).

A queste culture si sovrappose un abitato indigeno (ceramica indigena di influsso geloo) del VII secolo che andò via via ellenizzandosi nel corso del VI fino ad essere provvisto di fortificazione alla fine dello stesso secolo; questa fortificazione presenta due ingressi (di cui uno venne chiuso nel IV sec.) ed inglobò, rispettandolo, un edificio sacro degli inizi del VI. L’abitato greco (a terrazze: cfr. Vassallaggi) e la relativa necropoli sono rimasti in uso

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sino alla fine del IV secolo, ed hanno restituito un’eccezionale quantità di ceramica che lascia scorgere la presenza di officine locali.

 

Terrapelata.

Quattro chilometri ad E di Caltanissetta sulla strada per Sabucina. Presenta evidenti tracce del periodo castellucciano.

 

Sabucina.

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Sabucina: la linea delle fortificazioni sul lato orientale.

Sette chilometri circa a E di Caltanissetta (m. 650) è l’unica località fatta oggetto di uno scavo sistematico (a Gibil Gabib l’Adamesteanu aveva eseguito solo dei sondaggi).

Alle pendici del colle sono stati trovati manufatti che vanno dal terzo al secondo millennio, e di epoca tardo-romana.

La sommità ospita un vasto abitato del XIII-XI secolo (tarda e3tà del bronzo – facies Pantalica Nord) con abitazioni a capanna di pianta circolare che non sembrano rispecchiare un preciso piano urbanistico: esse sono le prime di questa facies finora rinvenute in Sicilia; alle capanne si accompagnano tombe a grotta anch’esse di pianta circolare con dromos riutilizzate in epoca greca, e perciò sprovviste di corredo.

L’elemento più notevole di questo abitato preistorico è costituito da tre capanne circolari unite tra di loro da due muri curvilinei: in questo complesso sono stati trovati due forni e numerose matrici per la fabbricazione di oggetti in bronzo, ciò che testimonia una locale industria per la lavorazione del metallo.

La sommità del colle restò quindi abbandonata sino al VII secolo, quando accolse un abitato indigeno entrato presto in rapporti con Gela, come numerosi reperti sembrano indicare. Una volta ellenizzato l’insediamento, nel corso del VI secolo, venne provvisto di fortificazioni lungo il pendio (a Nord era naturalmente difeso da uno strapiombo); una seconda fortificazione, che in parte inglobò, in parte sostituì la prima, fu eretta nel V secolo ed altri rimaneggiamenti si ebbero nel IV: alla fine di questo secolo la città fu definitivamente abbandonata, e solo nel IV-V sec. D. C. il luogo ospiterà una fattoria tardo-romana.

Gli scavi hanno messo in luce un notevole tratto di mura provvisto di 15 torri rettangolari, ad eccezione di tre che sono a pianta semicircolare, con ingresso difeso strategicamente da un muro parallelo alla cinta e terminante nella torre che lo fiancheggia. La città racchiusa da queste fortificazioni presenta nel VI

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secolo un piano urbanistico la cui base è data da un cortile attorno a cui sorgono le abitazioni, mentre in seguito le abitazioni si affiancano regolarmente l’una all’altra. All’esterno delle mura si sviluppano le necropoli, con tombe a camere ed a fossa. La ceramica di questo periodo greco è corinzia ed attica sia d’importazione che di imitazione mentre per il VII secolo sembra persistere una ceramica locale che, pur risentendo di influssi provenienti da Gela, elabora elementi indigeni; eccezionalmente abbondanti sono gli oggetti in bronzo, mentre il rinvenimento di alcune antefisse di tipo siracusano (VI sec.) vi dimostra l’esistenza di un luogo sacro. Notevoli contatti con Agrigento sono testimoniati, nel V-IV sec. A. C., dalle monete ritrovate, per quanto non manchino monete provenienti da Siracusa e da altri centri.

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Sabucina: grande capanna della tarda età del bronzo.

 

Capodarso.

Dodici chilometri circa ad Est di Caltanissetta, è una altura posta frontalmente a Sabucina, ma sulla riva opposta del fiume Salso e molto più vicina in linea d’aria a questa.

Vi si è individuato un abitato indigeno del VII secolo che ellenizzatosi (come era avvenuto

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per Sabucina), si trasformò nel corso del VI secolo in città fortificata con relativa ricca necropoli: nella seconda metà di questo secolo si osserva già una prevalenza assoluta di materiale greco (vasi attici, coppe ioniche); notevoli sono alcune ceramiche di stile attico effigianti scene di lotta e di amplesso, un fuso, parte di un’elsa. Alcuni oggetti votivi e frammenti architettonici testimoniano l’esistenza di un santuario di tipo greco a partire dalla seconda metà del VI sec. a. C..

 

Campo sportivo.

Appena fuori della città, ad Ovest*. Una tomba con materiale indigeno del VII sec. Vi indica la presenza di un centro abitato dello stesso periodo, non localizzato con precisione.

 

Vassallaggi.

Otto chilometri circa ad Ovest di Caltanissetta. Dopo un insediamento del secondo millennio (castellucciano) ed no del VII secolo, vi fu costruito un centro ellenizzato nel VI con muro di cinta lungo circa 4 chilometri, abitato disposto a terrazze, ed un santuario arcaico con sacello ed altare quadrangolare; al di fuori della città la necropoli.

Tra il materiale esumato è ceramica di produzione locale, ceramica greca del VI secolo, antefisse ed ex-voto dello stesso periodo, monete soprattutto agrigentine (come d’altronde si è osservato per Sabucina), alcuni sarcofagi dei quali uno con decorazione architettonica databile al 340 a. C.. La città cessa di vivere, come si è constatato per Sabucina, Gibil Gabib, ecc., alla fine del IV sec. A. C..

Solo intorno al IV secolo d. C. quindi vi si trovano resti tardo-romani.

 

Polizzello.

All’estremità Nord della provincia di Caltanissetta. Anche Polizzello presenta, al di sopra di un abitato indigeno del VII sec., una città fortificata fortemente ellenizzata, che pare cessare di esistere verso la prima metà del V sec. a. C..

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L’esame comparativo di questi centri e la loro disposizione topografica possono dare interessanti delucidazioni. Si nota anzitutto che la maggiore diffusione di centri abitati (almeno alla luce delle attuali conoscenze), si ha col periodo castellucciano (II millennio) e nel VII sec. A. C.; mentre la disposizione degli abitati ca-

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stellucciani solo in parte obbedisce a ragioni strategiche (località come Terrapelata e Sabucina bassa non potevano permettere un controllo del territorio dall’alto e quindi sicuro), i villaggi indigeni del VII secolo sembrano essere dislocati esclusivamente in funzione di controllo sulle vallate sottostanti: S. Giuliano è la più alta cima della zona (727 m.); Gibil Gabib (615 m.), Sabucina (650 m. circa), Capodarso (350 m. circa) dominano il letto del fiume Salso; la zona del Cimitero ha un’altezza di m. 550 (essendo ignota la posizione dell’abitato del Campo sportivo, non possiamo prenderlo in considerazione. Confrontando questi livelli con quello del fiume Salso che scorre ai piedi dell’attuale città (altezza media sul livello del mare m. 250), se ne ha un dislivello che va dai 300 ai 423 m., se si eccettua Capodarso che comunque in quel punto sovrasta letteralmente il fiume permettendone un controllo certo. La scelta dei luoghi obbediva quindi ad una precisa esigenza che era quella di sorvegliare attentamente tutta la zona, mentre la vicinanza in linea d’aria tra i vari centri lascia osservare uno sfruttamento delle alture quasi capillare.

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È sintomatico dunque il fatto che proprio in luogo di alcuni di questi insediamenti indigeni siano nel corso del VI secolo sorti dei centri fortificati ellenizzati (Sabucina, Capodarso, Gibil Gabib, Vassallaggi, Polizzello): la disposizione topografica di questi centri sorti, come dimostrerebbe la ceramica, sotto l’influsso di Gela prima e di Agrigento poi, ci dimostra come i luoghi già individuati dagli indigeni e poi fortificati fossero dei "punti chiave" atti a salvaguardare il centro Sicilia da eventuali, ostili infiltrazioni, e a controllarne i probabili traffici: in particolare Sabucina, Capodarso e Gibil Gabib controllano il fiume Salso che quindi potrebbe risultare l’unica o la più facile via di penetrazione verso l’interno.

Che il centro Sicilia fosse stato inoltre destinazione di notevoli commerci e forse punto di passaggio di essi sin dalle epoche più remote sembra sufficientemente dimostrato e dalla notevole diffusione di abitati e dal materiale rinvenuto: la ceramica di tipo castellucciano presenta evidenti influssi micenei; nel XIII e XI secolo, a Sabucina, l’esistenza di forni e matrici per la lavorazione di armi in bronzo tradisce traffici commerciali con le regioni da cui questo metallo poteva provenire (la zona è assolutamente priva di giacimenti metalliferi; d’altra parte, è notevole che le armi venissero forgiate in loco e non importate direttamente come sarebbe avvenuto in centri più limitati); gli idoletti castellucciani di S. Giuliano presentano qualche analogia con la plastica cicladica; nel VII secolo la ceramica dimostra notevoli contatti con Gela; più oltre, nel V e IV secolo, se è vero che le monete denunciano stretti rapporti con Agrigento, è altrettanto vero che vi si trovano monete siracusane, di Gela, Imera, Segesta, Messina, Nakone. Alla luce di queste osservazioni, non si può dunque considerare il centro Sicilia come sede casuale di manufatti, ma bisogna immaginare una molto più complessa funzione che comunque non si esaurisce in quella, pur basilare, di difesa e controllo. Non è ozioso ricordare la situazione attuale della zona: essa è punto di passaggio dei traffici umani e commerciali della Sicilia (da Palermo per Catania e Siracusa, dalla costa meridionale e da Agrigento per Catania, Siracusa e Messina e viceversa), e non variano sostanzialmente, rispetto al periodo greco, le loro direzioni; ciò ci è utile a meglio comprendere parte almeno della funzione della zona.

Molti argomenti restano ancora più che oscuri, come la presenza di edifici sacri a Sabucina, Gibil Gabib, Capodarso, Vassallaggi; sarebbe interessante riuscire a definire attraverso uno studio più completo di quanto non permettano oggi i ritrovamenti, la funzione culturale di questi sacelli. Per il momento si può citare un’epigrafe greca scritta da qualche falsario in epoca medievale, che dice:

ASKLEPIO KAI IMER POTAM

O DAMOS TIS NISIS

SOTERSIN**:

non crediamo sia completamente inutile tener presente questo falso ai fini dell’identificazione di probabili culti nel centro Sicilia.

NICOLÒ G. BRANCATO

*- Nei primi anni ’70. Oggi la zona è urbanizzata.

**- Sulla falsità dell’epigrafe nutriamo oggi alcuni dubbi, originati soprattutto dalla mancanza di risposta alla classica domanda cui prodest? e da elementi paleografici come la presenza delle varianti doriche.

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