ARCHEOLOGIA CLASSICA, XXI, 1969

Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

RECENSIONI E SEGNALAZIONI

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PAUL COLLART – JACQUES VICARI, Le sanctuaire de Baalshamîn à Palmyre, voll. I e II, Institut Suisse de Rome, Rome 1969. Un I volume di 247 pp. di testo e un II volume di CX tavole.

    Il Santuario di Baalshamîn aveva già nel XVIII secolo attirato l’attenzione dei viaggiatori inglesi R. Wood e H. Dawkins, che pubblicarono nel loro volume The Ruins of Palmyra (London 1753) alcune accurate illustrazioni accompagnate dalla de-

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scrizione di quello che rimaneva visibile del monumentale complesso: rovine, resti di qualche colonnato, il tempio. Ma i problemi che questo poneva agli studiosi, quale quello della sua cronologia o quello dei rapporti tra la divinità cui il santuario era dedicato ed il "dio anonimo", avente le stesse funzioni e gli stessi attributi, e che sembrava aver sostituito da un certo momento in poi Baalshamîn, non avevano trovato né la giusta soluzione per mancanza di dati, né avevan fatto sì che il santuario fosse studiato con una certa larghezza di respiro; poche le pagine ad esso dedicate, e per di più inserite in lavori di argomento molto più vasto: B. SCHULZ
, in T, WIEGAND, Palmyra, Berlin 1932, pp. 122 sgg.; J. STARCKY, Palmyre, Paris 1952, p. 115 sg.; I. A. RICHMOND, in JRS, LIII, 1963, p. 46 sg. Più studiato il culto di Baalshamîn, in particolare dal Seyrig, che sottolineava la necessità di uno scavo del santuario (in Syria, XIV, 1933, pp. 246 sgg.; XXVI, 1949, pp. 29 sgg.).
    In questa situazione gli scavi condotti dal Collart e la pubblicazione dell'opera (peraltro preceduta da notevoli articoli della stesso Collart: in VII Congr. Int. Arch. C., 1958, I, Roma 1961, pp. 67 sgg.; ed in Annales Arch. de Syrie, VII, 1957, pp. 67 sgg.) risultano molto opportuni.


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    La ricca monografia edita dall'Istituto Svizzero di Roma rappresenta la conclusione di tre campagne di scavo condotte dalla Scuola Elvetica sotto la direzione di Paul Collart, dal 1954 al 1956, e di una quarta campagna nel 1966 volta ad un'ultima verifica prima della redazione definitiva dell'opera (parte I, cap.II, p. 18). Il lungo intervallo tra la fine dei lavori e la pubblicazione è sottolineato ed in parte giustificato dagli stessi autori (Avant-propos, p. 7).
    I volumi in questione (voll. I e II: Topographie et Architecture) rappresentano la prima parte di un'opera molto più vasta così strutturata: vol.  III (Inscriptions) a cura di Christiane Dunant; vol. IV (Sculptures) a cura di C. Dunant e Luc Boissonas; vol. V (Vieille Sépulture collective, che si trovava sul luogo del santuario anteriormente a questo) a cura di Rudolf Fellmann; vol. VI (Objets divers) a cura dello stesso e di C. Dunant. Ci si augura che i rimanenti volumi vedano la luce al più presto.
    L'argomento dei volumi editi è diviso in tre parti: nella prima parte (pp. 9-98) di carattere generale, fatto il punto degli studi sull'argomento, si passa alla storia degli scavi, alla stato delle rovine al momento dello scavo, alla topografia generale (cap.I, pp. 11/40); segue un secondo capitolo che, dopo aver precisato quali siano stati gli elementi utili alla datazione, descrive ampiamente tutto il complesso e conclude dandone la cronologia e stabilendo quattro fasi successive; chiudono due appendici che riportano in ordine cronologico l'elenco delle dediche e menzioni di monumeti e delle dediche di statue, corredato dei dati più utili: queste appendici permettono al lettore di controllare i dati epigrafici ripotati nel testo che le precede (pp. 41-97); si sarebbe preferito comunque, per maggiore praticità di consultazione, trovarle alla fine del volume, non nel capitolo.

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    Nella seconda parte (pp. 99-198) si affrontano i singoli problermi posti dallo scavo del santuario e se ne studiano le forme architettoniche: si inizia con l'esame del tempio (cap. I, pp. 101-111) e del thalamos (cap. II, pp. 112-136); si passa poi allo studio dei capitelli nel III capitolo (pp. 137-154) e degli ex-voto murali nel IV (pp. 155-175), e si conclude con un V capitolo di particolare interesse, dedicato al piano regolatore del complesso (pp. 176-198).
    La terza parte (pp. 199-246) è dedicata alla presentazione delle divinità attestate da epigrafi o rilievi come oggetto di culto nel santuario: prima fra tutte Baalshamîn (cap. I, pp. 201-214); quindi, nel cap. II, quelle figure divine che dediche o figurazioni ci presentano come associate: la coppia Baalshamîn-Douralhoum cui diverse iscrizioni sono dedicate compresa quella di dedica del tempio del 130/1 d. C. (già nota da tempo ed inserita da J. B. CHABOT nel suo Choix d'inscriptions de Palmyre, Paris 1922, p. 43; la presenza dell'iniziale D e le analogie con numerose altre epigrafi rendono la restituzione del nome di Douralhoum alla settima riga di questa, integrazione proposta dagli autori alle pp. 215-218, plausibile); la «triade» Baalshamîn, Aglibôl (rappresentante nel pantheon palmireno la Luna) e Malakbêl (il Sole), associazione questa attestata, al contrario della precedente, dai monumenti figurati (pp. 218-220; tavv. XCVII, 1; CV, 1-2; CVI); quanto ai dati iconografici che permettono di roconoscere le tre figure, un'ottima trattazione è quella offerta da  R. DU MESNIL DU BUISSON, Les tessères et les monnaies de Palmyre, Paris 1962, rispettivamente alle pp. 303 sgg., 221 sgg. e 229 sgg.); ed ancora altre singole divinità (pp. 220-228). L'ultimo capitolo infine racchiude un attento studio del culto praticato nel santuario e del clero ad esso preposto ( pp. 229-246).
    Di particolare interesse nella complessa opera, è l'individuazione di quattro fasi di vita del santuario.
   E' noto che i materiali utilizzati a Palmira sono il calcare tenero e il calcare duro: l'esame dei rilievi figurati e degli elementi architettonici ha mostrato già da tempo (H. SEYRIG, in Syria, XXI, 1940, pp. 277 sgg.) che il calcare tenero era usato anteriormente al calcare duro: i rilievi infatti sicuramente datati anteriormente al 32 d. C. perché riutilizzati nelle fondamenta del tempio di Bêl (dedicato in quella data: H. SEYRIG, in Syria, XXII, 1941, pp. 31 sgg.) sono in calcare tenero; solo inotrno alla metà del I sec. iniziano i primi esempi di sculture in calcare duro (fra cui il «linteau aux aigles» proveniente dal nostro santuario: p. 219 e tav. XCVII, 1), contemporaneamente ad un mutamento stilistico ed iconografico. Lo scavo del santuario di Baalshamîn ha ora portato un'ulteirore conferma: gli elementi architettonici in calcare tenero non soltanto sono stati trovati nello strato più antico, ma sono anche datati con precisione dalle iscrizioni incise su alcuni di essi: si tratta di due elementi di un colonnato con le date del 23 e 52 d. C. (p. 43, nn. 10 e 11). Queste ed altre tre iscrizioni del 32, 49 e 61 d. C. (p. 43, nn. 37, 38 e 39), hanno permesso agli autori di stabilire una prima fase (pp. 43-47 e 89-90) dal primo quarto del I sec. d. C. al 67, anno che «marque un tournant siginificatif de cet ensemble monumental,

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dont les principales articulations intérieures se sont dès lors trovées fixées» (il terminus post quem è fornito dall'iscrizione n. 60 proveniente dal preesistente complesso funerario - «vecchia sepoltura» - e datata all'11 d. C.; la descrizione delle varie fasi è accompagnata nel II volume dalle relative piante). I vari rimaneggiamenti sarebbero avvenuti all'interno di un periodo già definito all'inizio della prima fase (tav. III), come definito fin d'allora era lo schema regolatore (basato sul rigoroso orientamento est-ovest della diagonale di tutti gli edifici e su di un rapporto di misure dato dal rapporto tra il lato del quadrato e la sua diagonale, cioè 1√2) ispirato a quello del santuario di Sîa in Batanea, di cui gli autori si son serviti per individuare gli elementi di questa prima fase: a N il tempio (una corte fungente da cella, come dimostra l'orientamento est-ovest della diagonale e la traccia di una nicchia sul muro di fondo, attorniata da una triplice fila di muri su tre lati ed ingresso sul lato meridionale) preceduto a S da un portico e, rispettivamnete al centro e a S, due grandi corti quadrangolari.
    Nel settembre del 67 d. C. (p. 43: iscrizioni nn. 1A, 1B, 13, 14) inizia la seconda fase (pp. 90-91, tav. IV); in quest'anno vengono inaugurati i portici della cosiddetta «grande corte», ottenuta unendo la corte centrale della prima fase con il portico che limitava a meridione la zona dell'antico termpio. Nella parte meridionale del santuario si restringe la corte S per per ottenerne un'altra  intermedia (che in seguito prenderà il nome di «corte del tempio») tra questa e la
«grande corte».
    Bisogna quindi attendere il 90 d. C. perché vengano ripresi i lavori di rammodernamento e di completamento del santuario, cui la data del 67 aveva dato l'inizio; l'aspetto che il santuario assume in questa terza fase (pp. 91-93, tav. V) sarà definitivo fino alla data della distruzione della città, operata da Aureliano (272/3 d. C.). La successione cronologica dei lavori eseguiti nella terza fase è stata stabilita attraverso l'utilizzazione delle iscrizioni e l'esame dello stile dei capitelli e degli altri elementi architettonici. Seguendo l'esempio fornito dalla creazione di colonnati nella
«grande corte» nel 67, vengono crerati i portici lungo i lati N e S della «corte del tempio», nel 90 d. C. (iscrizioni nn. 7 e 40); nel 115 viene dedicato un altare nella parte orientale di questa corte (iscrizione n. 25). Notevoli trasformazioni subisce il complesso N, già costruito nella prima fase: la piccola corte avente funzione di cella viene provvista di un peristilio rodio; mancando iscrizioni che possano datare con precisione questa modifica, gli autori si son serviti dello stile dei capitelli per collocarla nel corso del primo quarto del II secolo (i capitelli della «corte rodia» -pp. 144-145 - sono dello stesso tipo dei più recenti restituiti dalla corte del santuario di Bêl, studiati da D. SCHLUMBERGER, in Syria, XIV, 1933, pp. 295 sgg., e da questo datati tra ilo 100 ed il 130 circa; e simili anche a quelli del tempio di Nebô sempre a Palmira, la cui costruzione fu intrapresa nel corso del I sec. e continuò sino ai primi del II: A. BOUNNI-N. SALIBY, in Annales Arch. de Syrie, XV 2, 1925, p. 128). Di poco posteriore è la costruzione dell'edificio templare nella parte occidentale della
«corte del tempio», di tipo romano nella struttura, ma di concezione tipicamente orientale nel-

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l'orientamento E-O della diagonale e nella presenza delle finestre; venne edificato nel 130/1, ed era dedicato a Baalshamîn e Douralhoum (iscrizione n. 44). L'ultima aggiunta si ebbe nel 149, con l'erezione di un peristilio nella corte più meridionale (iscrizione n. 20).
    L'ultima fase ha inizio deopo la distruzione della città e vede insediarsi sul luogo dapprima i Bizantini che adattano il tempio a basilica cristiana, e poi gli Arabi che impiantano sul luogo un intero quartiere.
    Tutto l'argomaneto è svolto in modo completo ed organico; ma si nota l'assenza di rinvii alle epigrafi citate nel corso della trattazione: il numero di esse lo si è dovuto dedurre ricercandole in ordine cronologico sulle appendici che seguono immediatamente (pp. 96-97).
    Particolare interesse presenta inoltre lo studio tipologico-comparativo dell'adyton del tempio (pp. 132-135), cui è servito di base un precedente lavoro del Will (E. WILL, in Études d'Archéologie Classique, II, 1959, pp. 136 sgg.). Dopo aver riassunto la divisione degli adyta in tre tipi esposta dal Will (palmireno, libanese e di Hauran), gli autori osservano come quello del tempio di Baalshamîn documenti il passaggio dal tipo palmireno (anteriore) a quello di Hauran (posteriore): infatti esso presenta ai lati due locali simmetrici, ed una notevole altezza dal suolo, fattori tipici dell'adyton di tipo palmireno; mentre l'assenza di gradini di accesso e la modesta profondità della nicchia di fondo, sono fattori distintivi del tipo di Hauran.
    E così pure l'esame tipologico e architettonico degli ex-voto murali (pp.155-175): esso ha permesso di definire tre tipi di edicola ognuno con suoi caratteri: il primo tipo poggia su di una base rettangolare ed è circondato da cornici bombate decorate con tralci di vite ed acanto, sormontate da un architrave dipinto; nello spazio delimitato dalle cornici si trova, in basso, un piedistallo rettangolare, al di sopra del quale si sviluppa la nicchia vera e propria, centinata superiormente e con sezione orizzontale semicircolare, di forma molto simile a quiella di una piccola abside (tav. XCV, 1 e 3). Il secondo tipo, simile al precedente, ne differisce per l'incorniciatura più sobria, per la forma della nicchia che qui è rettangolare con fondo piano, e per la maggiore grandezza di questa (tavv. XCV, 2; XCVI, 5; XCVII, 1). il terzo tipo presenta la nicchia senza fondo: questo probabilmente doveva essere ottenuto tramite l'utilizzazione del muro cui l'edicola era destinata ad essere incastrata; per il resto è simile al primo tipo. Questo studio ha permesso di restituire in un preciso contesto architettonico dei rilievi prima di incerta collocazione.
    Il problema della figura di Baalshamîn era già stato affrontato dal Collart, che aveva esposto in maniera convincente le sue conclusioni (in Annales Arch. de Syrie, VII, 1957, pp. 67 sgg.); qui le troviamo corredate da una più completa documentazione: il culto di Baalshamîn non fu mai soppiantato, come prima si credeva, da quello del cosiddetto «dio anonimo» apparso più tardi, ma coesistette a questo; le ipotesi fatte precedentemente (decadenza del culto di Baalshamîn e sua sostituzione da parte del
«dio anonimo», lotte fra sacerdoti dei due culti culminate in una presunta vittoria da parte dei sacerdoti della nuova divinità: H. SEYRIG, in Syria, XIV, 1933, pp. 246 sgg.)

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erano giustificate da un lato dall'estrema similarità delle funzioni dei due dèi (culto agreste), dall'altro dalla        mancanza di documentazione completa: gli scavi della Scuola Elvetica e la pubblicazione di quest'opera hanno colmato la lacuna. Altre lacune sono state colmate nel campo della conoscenza del pantheon palmireno: l'epigrafe n. 23, del 62/63 d. C., ha restituito il nome del dio Rahim, appartenente al fondo arabo della religione della città (questo nome, noto da altre epigrafi, era stato ritenuto precedentemente un epiteto di Baalshamîn: testo p. 224).<>
    Notevoli dunque sono gli apporti dati da questa pubblicazione particolarmente curata sia per il testo (vol. I) che per le tavole ( col. II), raccolte per argomenti; tra queste si sottolineano le tavv. VII, XI, XIII, XIX, XXVI-XXVIII per la chiara esposizione grafica dell'orientazione, delle proporzioni, dei rapporti metrici.
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NICOLÒ G. BRANCATO<>

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