ARCHEOLOGIA CLASSICA, XXI, 1969
Università degli Studi di
Roma "La
Sapienza"
RECENSIONI E
SEGNALAZIONI
Pp. 333-338
p. 333
PAUL COLLART – JACQUES VICARI,
Le
sanctuaire de Baalshamîn à Palmyre, voll. I e II,
Institut
Suisse de Rome, Rome 1969. Un I volume di 247 pp. di testo e un II
volume di CX tavole.
Il
Santuario
di Baalshamîn
aveva già nel XVIII secolo attirato l’attenzione dei viaggiatori
inglesi R. Wood e H. Dawkins, che pubblicarono nel loro volume The
Ruins of Palmyra (London 1753) alcune accurate illustrazioni
accompagnate dalla de-
p. 334
scrizione di quello che rimaneva visibile del
monumentale complesso: rovine, resti di qualche colonnato, il tempio.
Ma i problemi che questo poneva agli studiosi, quale quello della sua
cronologia o quello dei rapporti tra la divinità cui il
santuario era dedicato ed il "dio anonimo", avente le stesse funzioni e
gli stessi attributi, e che sembrava aver sostituito da un certo
momento in poi Baalshamîn, non avevano trovato né la
giusta
soluzione per mancanza di dati, né avevan fatto sì che il
santuario fosse studiato con una certa larghezza di respiro; poche le
pagine ad esso dedicate, e per di più inserite in lavori di
argomento molto più vasto: B. SCHULZ, in T, WIEGAND,
Palmyra, Berlin 1932, pp. 122
sgg.; J. STARCKY, Palmyre,
Paris 1952, p. 115 sg.; I. A. RICHMOND, in JRS, LIII, 1963, p. 46 sg.
Più studiato il culto di Baalshamîn, in particolare dal
Seyrig, che sottolineava la necessità di uno scavo del
santuario (in Syria, XIV,
1933, pp. 246 sgg.; XXVI, 1949, pp. 29 sgg.).
In questa situazione gli scavi condotti dal Collart
e la pubblicazione dell'opera (peraltro preceduta da notevoli articoli
della stesso Collart: in VII Congr.
Int. Arch. C., 1958, I, Roma 1961, pp. 67 sgg.; ed in Annales Arch. de Syrie, VII, 1957,
pp. 67 sgg.) risultano molto opportuni.
La ricca monografia
edita
dall'Istituto Svizzero di Roma rappresenta la
conclusione di tre campagne di scavo condotte dalla Scuola Elvetica
sotto la direzione di Paul Collart, dal 1954 al 1956, e
di una quarta campagna nel 1966 volta ad un'ultima verifica prima della
redazione definitiva dell'opera (parte I, cap.II, p. 18). Il lungo
intervallo tra la fine dei lavori e la pubblicazione è
sottolineato ed in parte giustificato dagli stessi autori (Avant-propos, p. 7).
I volumi in questione (voll. I e II: Topographie et Architecture)
rappresentano la prima parte di un'opera molto più vasta
così strutturata: vol. III (Inscriptions) a cura di Christiane
Dunant; vol. IV (Sculptures) a
cura di C. Dunant e Luc Boissonas; vol. V (Vieille Sépulture collective,
che si trovava sul luogo del santuario anteriormente a questo) a cura
di Rudolf Fellmann; vol. VI (Objets
divers) a cura dello stesso e di C. Dunant. Ci si augura che i
rimanenti volumi vedano la luce al più presto.
L'argomento dei volumi editi è diviso in tre
parti: nella prima parte (pp. 9-98) di carattere generale, fatto il
punto degli studi sull'argomento, si passa alla storia degli scavi,
alla stato delle rovine al momento dello scavo, alla topografia
generale (cap.I, pp. 11/40); segue un secondo capitolo che, dopo aver
precisato quali siano stati gli elementi utili alla datazione, descrive
ampiamente tutto il complesso e conclude dandone la cronologia e
stabilendo quattro fasi successive; chiudono due appendici che
riportano in ordine cronologico l'elenco delle dediche e menzioni di
monumeti e delle dediche di statue, corredato dei dati più
utili: queste appendici permettono al lettore di controllare i dati
epigrafici ripotati nel testo che le precede (pp. 41-97); si sarebbe
preferito comunque, per maggiore praticità di consultazione,
trovarle
alla fine del volume, non nel capitolo.
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Nella seconda parte (pp. 99-198) si affrontano i
singoli problermi posti dallo scavo del santuario e se ne studiano le
forme architettoniche: si inizia con l'esame del tempio (cap. I, pp.
101-111) e del thalamos (cap.
II, pp. 112-136); si passa poi allo studio dei capitelli nel III
capitolo (pp. 137-154) e degli ex-voto
murali nel IV (pp. 155-175), e si conclude con un V capitolo di
particolare interesse, dedicato al piano regolatore del complesso (pp.
176-198).
La terza parte (pp. 199-246) è dedicata alla
presentazione delle divinità attestate da epigrafi o rilievi
come oggetto di culto nel santuario: prima fra tutte Baalshamîn
(cap. I, pp. 201-214); quindi, nel cap. II, quelle figure divine che
dediche o figurazioni ci presentano come associate: la coppia
Baalshamîn-Douralhoum cui diverse iscrizioni sono dedicate
compresa quella di dedica del tempio del 130/1 d. C. (già nota
da tempo ed inserita da J. B. CHABOT nel suo Choix d'inscriptions de Palmyre,
Paris 1922, p. 43; la presenza dell'iniziale D e le analogie con
numerose altre epigrafi rendono la restituzione del nome di Douralhoum
alla settima riga di questa, integrazione proposta dagli autori alle
pp. 215-218, plausibile); la «triade» Baalshamîn,
Aglibôl (rappresentante nel pantheon
palmireno la Luna) e Malakbêl (il Sole), associazione questa
attestata, al contrario della precedente, dai monumenti figurati (pp.
218-220; tavv. XCVII, 1; CV, 1-2; CVI); quanto ai dati iconografici
che permettono di roconoscere le tre figure, un'ottima trattazione
è quella offerta da R. DU MESNIL DU
BUISSON, Les
tessères et les monnaies de Palmyre, Paris 1962,
rispettivamente alle pp. 303 sgg., 221 sgg. e 229 sgg.); ed ancora
altre singole divinità (pp. 220-228). L'ultimo capitolo infine
racchiude un attento studio del culto praticato nel santuario e del
clero ad esso preposto ( pp. 229-246).
Di particolare interesse nella complessa opera,
è l'individuazione di quattro fasi di vita del santuario.
E' noto che i materiali utilizzati a Palmira sono
il calcare tenero e il calcare duro: l'esame dei rilievi figurati e
degli elementi architettonici ha mostrato già da tempo (H. SEYRIG,
in Syria, XXI, 1940, pp. 277
sgg.) che il calcare tenero era usato anteriormente al calcare duro: i
rilievi infatti sicuramente datati anteriormente al 32 d. C.
perché riutilizzati nelle fondamenta del tempio di Bêl
(dedicato in quella data: H. SEYRIG, in Syria, XXII, 1941, pp. 31
sgg.) sono
in calcare tenero; solo inotrno alla metà del I sec. iniziano i
primi esempi di sculture in calcare duro (fra cui il «linteau aux
aigles» proveniente dal nostro santuario: p. 219 e tav. XCVII,
1), contemporaneamente ad un mutamento stilistico ed iconografico. Lo
scavo del santuario di Baalshamîn ha ora portato un'ulteirore
conferma: gli elementi architettonici in calcare tenero non soltanto
sono stati trovati nello strato più antico, ma sono anche datati
con precisione dalle iscrizioni incise su alcuni di essi: si tratta di
due elementi di un colonnato con le date del 23 e 52 d. C. (p. 43, nn.
10 e 11). Queste ed altre tre iscrizioni del 32, 49 e 61 d. C. (p. 43,
nn. 37, 38 e 39), hanno permesso agli autori di stabilire una prima
fase (pp. 43-47 e 89-90) dal primo quarto del I sec. d. C. al 67, anno
che «marque un tournant siginificatif de cet ensemble monumental,
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dont les principales articulations intérieures se sont
dès lors trovées fixées» (il terminus post quem è fornito
dall'iscrizione n. 60 proveniente dal preesistente complesso funerario
- «vecchia sepoltura» - e datata all'11 d. C.; la
descrizione delle varie fasi è accompagnata nel II volume dalle
relative piante). I vari rimaneggiamenti sarebbero avvenuti all'interno
di un periodo già definito all'inizio della prima fase (tav.
III), come definito fin d'allora era lo schema regolatore (basato sul
rigoroso orientamento est-ovest della diagonale di tutti gli edifici e
su di un rapporto di misure dato dal rapporto tra il lato del
quadrato e la sua diagonale, cioè 1√2) ispirato a quello del
santuario di Sîa in Batanea, di cui gli autori si son serviti per
individuare gli elementi di questa prima fase: a N il tempio (una corte
fungente da cella, come dimostra l'orientamento est-ovest della
diagonale e la traccia di una nicchia sul muro di fondo, attorniata da
una triplice fila di muri su tre lati ed ingresso sul lato meridionale)
preceduto a S da un portico e, rispettivamnete al centro e a S, due
grandi corti quadrangolari.
Nel settembre del 67 d. C. (p. 43: iscrizioni nn.
1A, 1B, 13, 14) inizia la seconda fase (pp. 90-91, tav. IV); in
quest'anno vengono inaugurati i portici della cosiddetta «grande
corte», ottenuta unendo la corte centrale della prima fase con il
portico che limitava a meridione la zona dell'antico termpio. Nella
parte meridionale del santuario si restringe la corte S per per
ottenerne un'altra intermedia (che in seguito prenderà il
nome di «corte del tempio») tra questa e la «grande corte».
Bisogna quindi attendere il 90 d. C. perché
vengano ripresi i lavori di rammodernamento e di completamento del
santuario, cui la data del 67 aveva dato l'inizio; l'aspetto che il
santuario assume in questa terza fase (pp. 91-93, tav. V) sarà
definitivo fino alla data della distruzione della città, operata
da Aureliano (272/3 d. C.). La successione cronologica dei lavori
eseguiti nella terza fase è stata stabilita attraverso
l'utilizzazione delle iscrizioni e l'esame dello stile dei capitelli e
degli altri elementi architettonici. Seguendo l'esempio fornito dalla
creazione di colonnati nella «grande
corte» nel 67, vengono crerati i portici lungo i lati N e S della
«corte del
tempio», nel 90
d. C. (iscrizioni nn. 7 e 40); nel 115 viene dedicato un altare nella
parte orientale di questa corte (iscrizione n. 25). Notevoli
trasformazioni subisce il complesso N, già costruito nella prima
fase: la piccola corte avente funzione di cella viene provvista di un
peristilio rodio; mancando iscrizioni che possano datare con precisione
questa modifica, gli autori si son serviti dello stile dei capitelli
per collocarla nel corso del primo quarto del II secolo (i capitelli
della «corte
rodia» -pp.
144-145 - sono dello stesso tipo dei più recenti restituiti
dalla corte del santuario di Bêl, studiati da D. SCHLUMBERGER,
in Syria, XIV, 1933, pp. 295
sgg., e da questo datati tra ilo 100 ed il 130 circa; e simili anche a
quelli del tempio di Nebô sempre a Palmira, la cui costruzione
fu intrapresa nel corso del I sec. e continuò sino ai primi del
II: A. BOUNNI-N. SALIBY, in Annales Arch. de Syrie, XV 2, 1925,
p. 128). Di poco posteriore è la costruzione dell'edificio
templare nella parte occidentale della «corte
del tempio», di tipo romano nella struttura, ma di concezione
tipicamente orientale nel-
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l'orientamento E-O della diagonale e nella presenza delle finestre;
venne edificato nel 130/1, ed era dedicato a Baalshamîn e
Douralhoum (iscrizione n. 44). L'ultima aggiunta si ebbe nel 149, con
l'erezione di un peristilio nella corte più meridionale
(iscrizione n. 20).
L'ultima fase ha inizio deopo la distruzione della
città e vede insediarsi sul luogo dapprima i Bizantini che
adattano il tempio a basilica cristiana, e poi gli Arabi che impiantano
sul luogo un intero quartiere.
Tutto l'argomaneto è svolto in modo completo
ed organico; ma si nota l'assenza di rinvii alle epigrafi citate nel
corso della trattazione: il numero di esse lo si è dovuto
dedurre ricercandole in ordine cronologico sulle appendici che seguono
immediatamente (pp. 96-97).
Particolare interesse presenta inoltre lo studio
tipologico-comparativo dell'adyton
del tempio (pp. 132-135), cui è servito di base un precedente
lavoro del Will (E. WILL, in Études d'Archéologie
Classique, II, 1959, pp. 136 sgg.). Dopo aver riassunto la
divisione degli adyta in tre
tipi esposta dal Will (palmireno, libanese e di Hauran), gli autori
osservano come quello del tempio di Baalshamîn documenti il
passaggio dal tipo palmireno (anteriore) a quello di Hauran
(posteriore): infatti esso presenta ai lati due locali simmetrici, ed
una notevole altezza dal suolo, fattori tipici dell'adyton di tipo palmireno; mentre
l'assenza di gradini di accesso e la modesta profondità della
nicchia di fondo, sono fattori distintivi del tipo di Hauran.
E così pure l'esame tipologico e
architettonico degli ex-voto
murali (pp.155-175): esso ha permesso di definire tre tipi di edicola
ognuno con suoi caratteri: il primo tipo poggia su di una base
rettangolare ed è circondato da cornici bombate decorate con
tralci di vite ed acanto, sormontate da un architrave dipinto; nello
spazio delimitato dalle cornici si trova, in basso, un piedistallo
rettangolare, al di sopra del quale si sviluppa la nicchia vera e
propria, centinata superiormente e con sezione orizzontale
semicircolare, di forma molto simile a quiella di una piccola abside
(tav. XCV, 1 e 3). Il secondo tipo, simile al precedente, ne
differisce per l'incorniciatura più sobria, per la forma della
nicchia che qui è rettangolare con fondo piano, e per la
maggiore grandezza di questa (tavv. XCV, 2; XCVI, 5; XCVII, 1). il
terzo tipo presenta la nicchia senza fondo: questo probabilmente doveva
essere ottenuto tramite l'utilizzazione del muro cui l'edicola era
destinata ad essere incastrata; per il resto è simile al primo
tipo. Questo studio ha permesso di restituire in un preciso contesto
architettonico dei rilievi prima di incerta collocazione.
Il problema della figura di Baalshamîn era
già stato affrontato dal Collart, che aveva esposto in maniera
convincente le sue conclusioni (in Annales
Arch. de Syrie, VII, 1957, pp. 67 sgg.); qui le troviamo
corredate da una più completa documentazione: il culto di
Baalshamîn non fu mai soppiantato, come prima si credeva, da
quello del cosiddetto «dio anonimo» apparso più
tardi, ma coesistette a questo; le ipotesi fatte precedentemente
(decadenza del culto di Baalshamîn e sua sostituzione da parte
del «dio
anonimo», lotte fra sacerdoti dei due culti culminate in una
presunta vittoria da parte dei sacerdoti della nuova divinità:
H. SEYRIG, in Syria,
XIV, 1933, pp. 246 sgg.)